NOTIZIARIO NOVEMNBRE 2018

NOTIZIARIO NOVEMNBRE 2018

RACCONTARE UNA STORIA

Essere finalisti o vincere concorsi letterari è una soddisfazione immensa. E’ il riconoscimento dei tuoi sforzi per comunicare qualcosa, emozioni o messaggi, attraverso un racconto breve, una poesia, una storia.

Nella nostra associazione ci sono e ci sono state alcune bravissime poetesse, come Maria Rosa che ogni mercoledì ci propone una sua creazione o come la nostra indimenticabile Teresa che ci ha lasciato bellissimi haiku.

Anch’io nel mio piccolo ho avuto le mie soddisfazioni: un secondo posto al concorso nazionale Aiom di Verona due anni fa, un inaspettato primo posto, proprio la settimana scorsa, al concorso “Donna sopra le righe” di Chianciano, concorso nazionale di cui è presedente Andrea Camilleri e infine pochi giorni fa mi è stato comunicato che un mio racconto, inviato al concorso “Racconti Bresciani” è stato selezionato per la pubblicazione in una antologia.

E proprio questo racconto mi rende particolarmente felice perché è un racconto “nostro”, è una storia che ho ascoltato da una nostra ospite e che ho sentito il bisogno di scrivere.

I nostri anziani hanno un’urgente necessità di raccontare episodi del loro vissuto, storie talvolta tristi ma autentiche, emozioni sopite che ritornano più vivide che mai durante la vecchiaia, testimonianze preziose di un passato che non c’è più ma che in qualche modo ha segnato un’esistenza importante. 

E io penso che ognuno di noi ha il dovere di conservarle nella sua mente, queste storie, ognuno con i mezzi e i modi che ha, ascoltando o raccontando. Io scrivendo.

Per questo vi ripropongo volentieri il racconto intitolato “Echi di guerra” già pubblicato su questo notiziario qualche mese fa.

(in redazione – Rita Menta)

 

Per ragioni di privacy i nomi riportati sono di pura fantasia

ECHI DI GUERRA: OTTOBRE 1943

L’acqua bolliva già nella pentola. Gemma teneva nella mano sinistra il sacchetto della farina gialla, nella destra la frusta che le sarebbe servita per stemprarla. Le undici: la polenta deve cuocere piano piano.

A mezzogiorno e mezzo l’avrebbe servita in tavola ai suoi “padroni”. 

Gemma era una delle tante cameriere-bambine che a quel tempo “andavano a servizio” nelle famiglie benestanti. Non c’era nulla di sbagliato in questo, in quelle grandi case le ragazze come lei trovavano un letto caldo per dormire, pasti sicuri, e un sollievo dalla povertà nella quale altrimenti sarebbero state costrette a vivere. Con l’andar del tempo, molte di loro sarebbero forse diventate parte integrante della famiglia che servivano.

Aveva compiuto da poco quindici anni Gemma, sogni ne aveva tanti tra le mani, ma per ora le sue mani erano concentrate nel darsi da fare per provvedere ai cinque fratelli che il padre malato non riusciva più mantenere. Là fuori, la ferocia della guerra lasciava le sue impronte ovunque, ma Gemma era certa che alla fine avrebbe risparmiato quel bel palazzo di via dei Mille, quel bel salone dal pavimento in seminato veneziano che lei teneva pulito ogni giorno, quella cucina piena di tutti quegli attrezzi che ormai sentiva solo suoi.

Gemma si sollevò in punta di piedi per versare la farina nella pentola.  Ecco, così, piano piano.

Fu proprio mentre iniziava a mescolare con cura la polenta, attenta a che non si formassero grumi, che sentì la sirena. Conosceva bene quel suono, tutti nel palazzo lo conoscevano. Gemma tirò un sospiro rassegnato, spense il fuoco, aprì la porta e si incamminò verso le cantine. La scalinata era ingombra di persone che uscivano senza troppa fretta dai loro appartamenti: i numerosi segnali di allarme erano ormai diventati consuetudine e la gente si tratteneva un po' di più in casa.

Gemma prese posto nel solito angolo della cantina e appoggiò la testa al muro umido e freddo. Non c’erano posti assegnati, ma per uno strano tacito accordo, o forse per scaramanzia, ognuno si sedeva sempre nello stesso posto. Da quel momento in poi si poteva solo aspettare, in un silenzio surreale, con le orecchie tese di sentire arrivare il rombo degli aerei. L’aria era pesante, ognuno guardava l’altro negli occhi cercando di trovarci qualche certezza che potesse riempire i propri occhi spaventati. Per allentare i nervi alcuni uomini uscirono sulle scale a fumare, la tensione era forte.

Il ronzio arrivò da lontano e si trasformò in breve in un rombo assordante. Tutti trattennero il fiato.

Poi fu un attimo. Un fragore improvviso scosse le mura del palazzo, le scale si sgretolarono come creta implodendo su sé stesse e bloccando l’unica via d’uscita per la salvezza. Una polvere bianca e spessa invase la stanza formando una nebbia densa in cui ognuno si smarrì nella propria solitudine. Ci fu un attimo, solo un attimo di silenzio assurdo quando il fragore cessò per far posto all’incredulità che precede sempre la presa di coscienza di qualcosa troppo più grande di te.

Non si è mai pronti a morire.  Gli uomini usciti a fumare sulle scale non potevano immaginare che quella sarebbe stata la loro ultima sigaretta. Dal lato destro della cantina provenivano solo gemiti ansimanti e intermittenti a causa della polvere che riempiva le gole e impediva di gridare. Dal lato desto, non proveniva più alcun rumore. Gemma, rannicchiata nel suo angolo, con le mani ancora sulla testa nel goffo tentativo di proteggersi, sfiancata da una tosse violenta che le procurava conati di vomito, con gli occhi che le lacrimavano per il bruciore, cercava a tentoni la mano della ragazzina che prima del boato era seduta accanto a lei, quella del quarto piano, quella che incontrava spesso quando saliva sul terrazzo per stendere la biancheria e che proprio ieri era salita con lei e l’aveva aiutata, passandole le mollette.

Come si chiamava? Margherita, forse..

Ma la nebbia bianca l’avvolse totalmente, il respiro le divenne sempre più affannoso e piano piano sentì che i suoi sensi la stavano abbandonando. Forse stava morendo, o forse stava solo svenendo.

Poi il buio.

Oggi, a distanza di tanti anni, Gemma ricorda poco di quelle terribili lunghe ore intrappolata in quella cantina ad aspettare i soccorsi.

La mente umana è fatta così, in qualche modo ti protegge dall’enormità degli eventi drammatici di cui sei protagonista e li archivia in un angolo della memoria poco accessibile.

“Ricordo le grida, - racconta - i pianti, qualcuno che pregava, qualcun altro che sveniva. Forse sono svenuta anch’io. Forse. Quello che ricordo bene è che non riuscivo più a respirare aria, ma solo polvere.”

Era da poco passato mezzogiorno, l’ora in cui G avrebbe dovuto rovesciare sul bel tagliere rotondo della nobile casa, la sua polenta fumante, quella polenta che non avrebbe mangiato mai. 

I soccorsi arrivarono alle quattro. Delle persone bloccate nella cantina si salvarono solo quelle sedute accanto alla parete di destra. Di Margherita, non seppe più nulla

Gemma si salvò.  La tirarono fuori con una imbragatura attraverso la bocca di lupo che dalla cantina, in alto, dava su via dei Mille. Ma ormai era preda di una febbre che le avrebbe lasciato una ferita irreversibile nel fisico e nell’anima. Gemma, quindici anni.

Oggi Gemma, ospite di una Casa Famiglia, ne ha 91 di anni, ha vissuto sempre a Brescia, conosce ogni angolo della nostra città. Tranne quello.

Perché da quel giorno Gemma non è mai più passata davanti a quel palazzo.

(Rita Menta)

 

 

 

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